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08 Agosto 2007
Sogno di un bambino di 8 anni - capitolo 2Ecco il secondo libro del racconto che sto pubblicando a puntate sul blog. Il primo capitlo era la trasposizione di un sogno che ho fatto all'età di otto anni. Questo capitolo, invece, è la vera introduzione alla storia che sto scrivendo.... Grazie per i vosri commenti e per il vostro tempo....
Il morso del mostro andò a vuoto e questo gli fece anche terreno rispetto al treno. Alzò il muso al cielo, infuriato, ringhiò e sbuffò. Sollevò in aria la pesante coda con un movimento rabbioso e poi la sbatté violentemente a terra, devastando parte della linea ferroviaria. Poi, calmatosi, riprese l'inseguimento.Mi voltai verso la mia mamma. Ero pietrificato dalla paura ma lei sembrava non accorgersene; e nemmeno mia nonna. Loro due continuavano a parlare tra loro, sottovoce. Non riuscivo nemmeno a capire cosa si dicessero. Sembrava che mia madre non mi vedesse, come se non s'accorgesse delle mie paure. Possibile che lei e mia nonna non si erano accorte di nulla? Mio padre e mia sorella continuavano a dormire beati; nemmeno loro avevano sentito quel rumore. La mia famiglia era vicino a me ma sembrava così distante. Io avevo paura perché un mostro gigantesco stava inseguendo il nostro treno, ma mi spaventava ancora di più l'indifferenza della mia famiglia. Mio padre e mia madre, erano le persone che avrebbero dovuto difendermi e la loro impassibilità mi faceva sentire completamente indifeso ed in balia di quel mostro. Allungai una mano verso mia madre. Volevo toccarla ma non ci riuscivo. Per quanto m'avvicinassi a lei e per quanto provavo a toccarla, era sempre lontana. Provai a chiamarla ma lei sembrava non sentirmi. Urlai il suo nome: "Mamma! Mamma!" ma lei non si girava.Mi accorsi in quell'istante che non c'era solo la mia famiglia in quello scompartimento del treno. Di fianco a mia madre, era seduto un uomo. Ero sicuro di non aver visto nessuno seduto in quel posto prima, e mi chiedevo quando quell'uomo fosse entrato nello scompartimento e come avevo fatto a non rendermene conto. Lo fissai per qualche istante. Il volto tradiva in parte la sua età ma sicuramente dimostrava meno anni di quelli che aveva. A prima vista pensai che ne avesse poco più di sessanta ma in realtà, erano molti di più. Aveva capelli argentati, tagliati cortissimi, quasi rasati e diradati sulla sommità del capo. Una barba sottile e curata ricopriva quel volto maturo ed autorevole, come un prato argentato. Aveva invece lasciato crescere i baffi ed il pizzetto di una lunghezza maggiore. Indossava un paio d’occhiali con una montatura particolare, i quali gli conferivano allo stesso tempo un'aria da intellettuale ma anche da avventuriero. I lineamenti del volto erano rilassati e lisci, anche se una serie di rughe si rincorrevano, disegnando incavi e solchi sulla fronte e sul contorno occhi. Il naso era appena un po’ pronunciato. Quell’uomo aveva un’aria famigliare, mi sembrava addirittura di conoscerlo. I suoi occhi. Bastava guardarli ed ispiravano forza e serenità. Il pennello che aveva disegnato quegli occhi era stato intriso in un colore unico, una miscela creata con il giallo e l'azzurro, per ottenere una particolare sfumatura verde, che ricordava i colori dell’orizzonte sull'oceano in un pomeriggio soleggiato, quando lo smeraldo del mare e l'azzurro del cielo si fondono. Per un istante, in quegli occhi scorsi tutto il mio futuro. La sua presenza bastava a tranquillizzarmi nonostante quell'assurda situazione.Parlò: “E’ inutile che cerchi di chiamare tua madre, lei adesso non può sentirti!”Mi disse questo allungando una mano verso di me e poi aggiunse: “Vieni con me, ti spiegherò ogni cosa e ti mostrerò come possiamo fermare quel mostro!”Mamma mi diceva sempre di non dare confidenza agli sconosciuti, ma quell’uomo era diverso. I suoi occhi erano una calamita per me. Puntai le mani sul sedile, mi slanciai in avanti e scesi con entrambi i piedi a terra. Seguii quell'uomo che non conoscevo ma per il quale già provavo infinita ammirazione. Camminavamo vicini, lui mi teneva la mano. La sua stretta era salda. Forte e sicura come quella di papà. Da lui, mi sentivo protetto. Ero un bambino ed ero curioso. Di norma ero molto timido ma quando mi sentivo a mio agio mi scioglievo e diventavo un gran chiacchierone. Gli chiesi: "Ma tu, quanti anni hai?""Centodieci!", rispose. Senza esitare e con una sicurezza che mi spiazzò. Io risi e gli dissi: "Ma dai, non prendermi in giro! Non si può avere centodieci anni!".Lui continuò: "Non ti sto prendendo in giro - poi sorrise e mi strizzò l'occhio - Dai che siamo arrivati!".Mi aveva portato in fondo all'ultima carrozza. Da dove eravamo, potevamo chiaramente vedere quel mostro che rincorreva il treno e caricava, per attaccare di nuovo. Io ero letteralmente terrorizzato dalla paura, non mi muovevo di un millimetro, avevo paura persino di respirare, quasi quel mostro potesse sentirmi.L'uomo mi mise una mano sulla spalla e mi sorrise. Mi sentii immediatamente meglio. Poi mi spiegò: “Se tu vuoi fermarlo devi fidarti di me! Stendi il braccio destro davanti a te, con il palmo della mano aperto, come se volessi ordinare a quel mostro di fermarsi!”Non lo feci. Avevo troppa paura di allungare il braccio verso di lui. Allora quel vecchio me lo ripeté. Mi spiegò che dovevo muovermi a trovare il coraggio per farlo o sarebbe stata la fine, per me, per lui e per la mia famiglia. Era una responsabilità troppo grande per me. A quell'età io odiavo le responsabilità, non mi piaceva quando le cose dipendevano da me; ma troppe persone avevano bisogno del mio aiuto e non potevo tirarmi indietro. Provai a sollevare il braccio ma era pesantissimo, come se dentro ci fosse stato il piombo. Lentamente sollevai la mano tremante verso quel mostro; anche quell'uomo fece lo stesso e poi disse: "Ordina al dinosauro di fermarsi!”Urlai: “Ferma!”. L'adrenalina mischiata alla paura; ed urlai con tutta la forza che avevo in corpo, uno sfogo liberatorio mentre i miei nervi si rialssavano. Non riuscii a comprendere con esattezza cosa successe negli istanti successivi. Era come se tra il treno ed il mostro si fosse materializzata una parete invisibile. Ci sbatté contro, con tutta la forza derivante dalla grande velocità e dall'enorme massa di cui era composto. Udii un fracasso incredibile e poi i versi del mostro, in seguito all'impatto secco e tremendo che gli fece immediatamente perdere i sensi. S'accasciò al suolo, forse era morto. Crescendo ho poi capito che quel giorno, io non ho fatto proprio nulla, ma che era stato quell'uomo, con il suo potere, a fermare il mostro. In quel momento però, lui voleva che credessi d’avere io quel potere, perché solamente così potevo iniziare a capire e a credere a quello che stava per succedere. Mi guardai la mano sorpreso, come se non fosse la mia. Poi mi voltai verso di lui che mi sorrideva e mi disse: "Semplice, no? E adesso vieni con me..."; mentre pronunciava quelle parole, fu interrotto da uno strano sibilo, che cresceva rapidamente d'intensità. In pochi secondi era diventato insopportabile. Un istante dopo, vidi quell’uomo sollevarsi da terra ed allontanarsi da me. Una forza invisibile lo stava risucchiando. Lui allungò una mano verso di me, per afferrarmi ma non ci riuscì. Lo vidi sollevarsi da terra e scomporsi rapidamente, come se fosse stato una statua di sabbia, alle intemperie del vento. Le particelle in cui si scomponeva formavano uno strano vortice che ruotava in senso orario e, viaggiavano dalla circonferenza verso il centro. Il centro del vortice era un piccolo buco nero, nel quale le particelle entravano e poi scomparivano. Rimasi solo, a fissare il soffitto. Non so dire con esattezza quanto tempo restai lì, se pochi minuti o forse di più. Il mio cervello non era ancora in grado di riprendere il controllo del corpo. Non capivo più nulla, ero in uno stato di confusione totale e provavo una paura indescrivibile.Ritornai dalla mia famiglia camminando lentamente. Ero troppo spaventato, avevo paura che correndo qualcuno avesse potuto sentirmi; io invece volevo scomparire, diventare invisibile. Nel treno c’era qualcosa di strano. I passeggeri erano diversi da come mi erano sembrati fino a poco tempo prima. Quelli seduti, erano tutti immobili, con le spalle rilassate e il capo leggermente chino, quasi come se stessero per addormentarsi. E quelli in piedi avevano le ginocchia leggermente flesse, come se le gambe non riuscissero a sostenere il peso del corpo e le braccia penzoloni sui fianchi. Lo sguardo completamente perso nel vuoto. Restavano tutti completamente immobili, come se fossero troppo stanchi per muoversi; somigliavano ad automi in attesa di ordini. Camminavo lentamente, cercando di evitare il contatto con quelle figure, avevo paura di risvegliarle dal loro torpore. Preferivo illudermi che non fossero in grado di vedermi. Ogni volta che dovevo aprire una porta, per passare da una carrozza all’altra provavo una paura terrificante, immaginando i pericoli che potevo trovare dall’altra parte della porta. Arrivai alla carrozza dove si trovava la mia famiglia e, rilassandomi, allungai una mano verso la maniglia della porta a vetri dello scompartimento. Non potevo sbagliarmi lo scompartimento era quello giusto, ne ero sicuro. E invece la mia famiglia non c’era. Lo scompartimento era vuoto. Sentii che le forze m’abbandonarono, barcollai sulle gambe, feci un passo indietro, mi appoggiai alla parete. Inspirai e poi espirai energicamente. La nonna assicurava che serviva a calmarsi. Ero sicuro che lo scompartimento fosse quello giusto, ma perché era vuoto? Mi sentivo solo e triste, abbandonato da tutti e avevo una paura inimmaginabile. Dovevo trovare la mia famiglia. Con il cuore che batteva nel petto come un tamburo, strinsi i pugni, conficcandomi le unghia nella pelle, fino a farmi male. Mi dava coraggio. Ripresi a camminare, affacciandomi dentro ogni scompartimento, senza riuscire a trovare tracce della mia famiglia.Il treno sbuffò, poi iniziò a rallentare. Udii il rumore degli scambi. Poi lentamente entrò in stazione. Tutti i passeggeri scesero, lentamente, trascinandosi a fatica sulle gambe, quasi strisciate sul pavimento, barcollando e con la testa che oscillava e dava l’idea di essere troppo pesante per essere sostenuta dal collo che poteva spezzarsi da un momento all’altro. La voce del capotreno uscì da un altoparlante: “Fine corsa, stazione di OutWorld! Tutti i passeggeri sono pregati di scendere!”Scesero tutti dal treno, mentre io correvo avanti e indietro a cercare la mia famiglia.“Mamma! Mamma! Dove sei?”.Urlavo, correvo, scalpitavo. Il mio cuore batteva forte, il mio cervello cercava di capire, la mia mente si stava proiettando in un mondo che non era più quello reale. Migliaia di scenari s’accavallavano davanti ai miei occhi, mentre cercavo di capire cosa stesse succedendo davvero. Correvo senza guardare di fronte a me e ad un certo punto, andai a sbattere contro qualcosa.Tastando con una mano la superficie dell’ostacolo, cercai di capire cosa mi avesse fermato. Erano gambe, alte e snelle. I miei occhi potevano vedere solo il blu della divisa. Lentamente alzai gli occhi. Era il controllore, quel ragazzo alto che era venuto a chiederci i biglietti. Ma era diverso, il suo sguardo era diverso. Era determinato, deciso ma insieme anche spaventato. “Vieni con me ragazzo!”, mi disse stringendomi il polso ed iniziando a correre. Mi tirava, mentre io urlavo. “Non urlare, per favore! Non avere paura di me!”, mi disse e mi sorrise. Quel sorriso mi tranquillizzò e smisi di urlare. Ero spaventato, volevo solo rivedere mia madre ma non avevo la forza per oppormi agli eventi. Mi lasciai trascinare mentre scendevamo dal treno.Sentii delle grida: “Eccolo è lui!”Uomini alti e grossi, dall’aspetto minaccioso e con strane divise indicavano nella nostra direzione. Il ragazzo mi prese in braccio ed iniziò a correre. Piangevo. Corremmo verso l’uscita della stazione, scansando quegli uomini in divisa, grossi ma goffi, come un giocatore di rugby che evita gli avversari e corre verso la meta. Altri di loro iniziarono ad inseguirci. Io non muovevo un muscolo, a stento respiravo e cercavo di trattenere il fiume di lacrime che sgorgava dai miei occhi. Mi sforzavo di piangere in silenzio, cercavo di non lagnare. Ero completamente scoperto ed indifeso. Io volevo solo la mia famiglia ma nessuno mi ascoltava. Nessuno capiva i miei bisogni. Il controllore voltò l’angolo e incontrammo poco più avanti due ragazzini che dovevano avere circa tredici anni e che ci stavano aspettando. Erano una ragazza molto carina, bionda e con i capelli lunghi fino alla schiena ed un ragazzo che in quel momento mi sembrò il più incredibile essere sulla faccia della terra. Rimasi a guardarlo ammirato. Aveva uno sguardo sicuro, una postura forte che ispirava fiducia, il volto da duro, nonostante la tenera età. Sorrise e io mi sentii al sicuro, protetto da lui.Allungò una mano verso di me e disse: “Io sono Ricki, seguimi Jo”. Conosceva il mio nome e questo mi fece sentire improvvisamente importante, al centro degli eventi. Mi asciugai gli occhi con una manica e gli strinsi la mano prima di presentarmi a mia volta. Quel ragazzo incredibile era lì per aiutarmi e questo mi rendeva felice. Dall’angolo arrivarono le guardie ed il controllore urlò: “Scappate!” E si lanciò di corsa verso di loro. Noi iniziammo a correre nella direzione opposta. Adesso mi sentivo più tranquillo. La paura iniziava ad essere affiancata da altre emozioni e dall’eccitazione per quell’incredibile situazione. Mi voltai un istante e vidi una scena che credo non dimenticherò più nella mia vita. Il controllore, quel ragazzo così serio e ligio al dovere, che mi aveva portato via e forse mi aveva salvato la vita, stava correndo incontro alle guardie per affrontarle. Il più grosso degli inseguitori, lo colpì al volto con un manrovescio e lo fece volare a terra, poi estrasse una strana arma, una specie di pistola. Io mi voltai, perché dovevamo correre, perché non capivo cosa stesse succedendo ma sapevo che quei ragazzi mi stavano salvando la vita.Udii lo scoppio di un’arma da fuoco ed il mio cuore smise di battere per un secondo. Il mio pensiero tornò al controllore, era morto per me! ”Sbrigati!”, urlò quel ragazzo. “Vuoi rendere vano il suo sacrificio?”. Manteneva il sangue freddo, sul viso non mostrava alcun segno di sofferenza ma i suoi occhi trattenevano a fatica il pianto. La ragazza bionda correva, con una lacrima che le rigava il volto e, si vedeva che tremava di rabbia e bruciava dalla voglia di vendetta. Ci arrampicammo su un albero e ci infilammo in un condotto dell’aria. Un piccolo tunnel nel quale noi bambini potevamo strisciare ma troppo stretto per quegli uomini. Troppe ragnatele e troppo sporco. Ed era tutto buio. Non potevo muovermi in quel tunnel, i miei sensi si rifiutavano. La paura degli inseguitori era superata dalla paura dell’ignoto. Io stavo in mezzo, il ragazzo faceva da guida e la ragazza chiudeva la fila. Lui si voltò. Il suo sguardo rabbioso e deluso mise in moto il mio coraggio. Non volevo deludere quel ragazzo e allora mi feci forza ed iniziai ad avanzare. Uno degli inseguitori provò ad entrare nel tunnel dietro di noi ma rimase incastrato, facendo da tappo. Erano proprio stupidi, per fortuna.Alla fine, dopo una serie di deviazioni, il tunnel si apriva su una stanza sotterranea. In questa stanza c’erano tantissime persone. L’illuminazione era bassa, appena sufficiente a riconoscere le figure. Uomini e donne, avevano tutti l’aspetto di essere combattenti valorosi. Una figura in piedi su un palco, doveva essere il capo. Mi portarono al suo cospetto e con incredibile sorpresa scoprii che era lo stesso uomo che avevo incontrato sul treno. Ero felice di vederlo e stare di fronte a lui, il fatto che mi parlasse e che mi tenesse in considerazione, mi faceva sentire importante. Mi spiegò cose incomprensibili per un bambino di otto anni e mi parlò come si parla ad un adulto. Prima di tutto: la cosa più importante! La tua famiglia sta bene! E adesso veniamo a noi… Ti chiederai dove siamo, giusto? Benvenuto all’OutWorld, un paradosso temporale in cui il tempo si ferma e passato, presente e futuro si mischiano! Oggi tu stai parlando con persone nate decenni dopo di te e con altre morte secoli prima. Solitamente, noi uomini abbiamo una percezione sequenziale del tempo ma realtà di tempi diversi scorrono su binari paralleli e avvengono simultaneamente. Solo che noi non siamo in grado di rendercene conto. L’Outworld, la fine dello spazio e del tempo, è il luogo in cui noi uomini siamo svincolati dalla percezione sequenziale del tempo. In questo momento il tempo non sta scorrendo e realtà di tempi diversi stanno convivendo tra loro. E adesso lascia che mi presenti: io sono te tra centodue anni, nel futuro! Capisci, vivendo all’Outworld, il mio processo d’invecchiamento è rallentato ed io sono diventato quasi immortale. p.s. Tranquilli, non è bastato un simile espediente per liberarmi dal tirannosauro che resta comunque il protagonista negativo del mio sogno... | ki è già stato quiLe Mie Donne1. Bounty85, Alias... Segreto!
2. La mia Sorellina... 3. Litzy, la mia cagnolina... 4. La mamma... E' una Grande 5. Tutte le mie Amike Kredo1. Nella Libertà Assoluta
2. Nella felicità 3. Nei Sogni 4. Ke Volere è Potere 5. Ke il Potere di un Uomo NON Ha Limiti! Sono Un Uomo FortunatoTu sei un angelo che mi protegge
Tu sei il sole che mi scalda Tu sei l'aria che respiro Tu sei il mare che mi incanta Tu sei un gabbiano che mi fa volare Tu sei il vento che mi scompiglia i capelli Tu sei un sorriso che mi fa ridere Tu sei una cioccolata calda d'inverno Tu sei un profumo che mi inebria Tu sei il la forza che mi sostiene Tu sei un uomo speciale Tu sei una persona insostituibile Tu sei un amico che nessuno vorrebbe perdere Tu sei un amante che fa perdere la testa Tu sei l'amore della mia vita Tu sei l'unico per me Tu mi hai rubato il cuore e me l'hai restituito con dentro il tuo Tu sei l'unico uomo al mondo di cui mi fido davvvero, l'unico che merita il mio amore, l'unico che mi capisce, l'unico da cui mi farei mai toccare L'unico con cui crescere insieme, un giorno dopo l'altro L'unico con cui vivere insieme tutta la vita e oltre Le nostre anime saranno legate per sempre amore mio Io ti amo Non lo so CHI o COSA ci ha fatto incontrare Ma voglio dirgli GRAZIE perchè ora più che mai so dentro di me che qualunque cosa accada io ho avuto l'onore di conoscere un UOMO come te, di amarti e di lasciarmi amare da te...completamente 3 luglio 2006, Bounty85 Dicono di meSogni nel cassetto |
8 commenti
Ehm...
ci ho trovato un paio di cose da cambiare...
Ad esempio molti delgli"uddi"sono troppo da romanzo...meglio un semplice "sentii"...l'uso del remoto già basta ad "impreziosire" la frase.
Importante si scrive"familiare"e non "famigliare"...ma forse è stato solo un errore di svista.
A posto di "colore unico"suggerirei"unico colore"anche se in effetti la descrizione degli occhi dell'uomo è tanto affascinante quanto lenta e troppo complessa.
"il naso era appena un pò pronunciato"mi suona strana sta frase.
A porto di:"l'enorme massa di cui era composto", sostituirei con un semplice "enorme mole".
Rivedrei la parte dove descrivi la"sparizione del centenario" rifarei così: lo vidi sollevarsi da terra e scomporsi, come fosse stato una statua di sabbia, in un vortice di particelle. il centro del vortice era un piccolo buco nero...(semplice)
Poi"temevo che correndo qualcuno mi avrebbe sentito"piuttosto che "avevo paura che correndo qualcuno avesse potuto sentirmi", "le forze mi abbandonarono"..."appoggiandomi alla parete".
Toglierei:quasi sterisciate sul pavimento.
"Cercavo di non lagnare" mi suona un pò male.
Poi...cusa l'è un "manrovescio"????
E sostituirei "lo sparo"con "lo scoppio"
"ma i suoi occhi tradivano un pianto trattenuto a forza"
"mentre una lacrima le rigava il volto e ardeva in lei rabbia e desiderio di vendetta"
Il condotto dell'aria dv'era?
Per non ripetere il termine "ragazzo"potresti scrivere "non volevo deluderlo"
"...in una stanza sotterranea nella quale c'erano tantissime persone"
"ero felice di vederlo...di stare di fronte a lui, e il fatto che mi parlasse..."
Ps non si capisce se l'uomo sta facendo un discorso diretto o tu parli per lui...
Poi...materializza Outworld, rendilo il nome di un luogo, non solo un concetto...
"benvenuto ad Outworld" ecc ecc...
(spero di non essere stata pesante...aspetto)
domanda
una domanda: per caso quell'uomo di 102 anni che poi saresti tu, assomiglia a tuo nonno?
dimmi la risposta e ti dirò poi xkè..