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ki è già stato quiLe Mie Donne1. Bounty85, Alias... Segreto!
2. La mia Sorellina... 3. Litzy, la mia cagnolina... 4. La mamma... E' una Grande 5. Tutte le mie Amike Kredo1. Nella Libertà Assoluta
2. Nella felicità 3. Nei Sogni 4. Ke Volere è Potere 5. Ke il Potere di un Uomo NON Ha Limiti! Sono Un Uomo FortunatoTu sei un angelo che mi protegge
Tu sei il sole che mi scalda Tu sei l'aria che respiro Tu sei il mare che mi incanta Tu sei un gabbiano che mi fa volare Tu sei il vento che mi scompiglia i capelli Tu sei un sorriso che mi fa ridere Tu sei una cioccolata calda d'inverno Tu sei un profumo che mi inebria Tu sei il la forza che mi sostiene Tu sei un uomo speciale Tu sei una persona insostituibile Tu sei un amico che nessuno vorrebbe perdere Tu sei un amante che fa perdere la testa Tu sei l'amore della mia vita Tu sei l'unico per me Tu mi hai rubato il cuore e me l'hai restituito con dentro il tuo Tu sei l'unico uomo al mondo di cui mi fido davvvero, l'unico che merita il mio amore, l'unico che mi capisce, l'unico da cui mi farei mai toccare L'unico con cui crescere insieme, un giorno dopo l'altro L'unico con cui vivere insieme tutta la vita e oltre Le nostre anime saranno legate per sempre amore mio Io ti amo Non lo so CHI o COSA ci ha fatto incontrare Ma voglio dirgli GRAZIE perchè ora più che mai so dentro di me che qualunque cosa accada io ho avuto l'onore di conoscere un UOMO come te, di amarti e di lasciarmi amare da te...completamente 3 luglio 2006, Bounty85 Dicono di meSogni nel cassetto | 23 Agosto 2007
L'allenamento ideale...Bicipiti al bancone.. Addominali a tavola... E ginnastica nel letto! 22 Agosto 2007
Sogno di un bambino di otto anni - capitolo 3Ho scritto questo testo perchè ero fortemente ispirato e l'ho pubblicato subito, senza curare la forma, perchè ero ansioso di far proseguire la storia. Quindi vi chiedo scusa se sarà impreciso o poco scorrevole in alcuni punti... “Ho 110 anni e sto parlando a te, che ne hai solo 8 ma so che puoi capirmi, perché le nostre menti sono in sintonia, perché io e te siamo due persone distinte ma un unico individuo. Qui siamo all’Outworld, l’eterno adesso, il luogo in cui passato, presente e futuro si fondono. In realtà, nell’Outworld il tempo scorre secondo le stesse identiche leggi con cui scorre sulla terra, l’unica differenza è nella nostra percezione di esso. Siamo noi ad essere diversi, l’Outworld non è un mondo fisico ma uno stato mentale e profondo, presente nell’animo di ognun di noi; ma non tutti sono pronti a recepirlo e di conseguenza a loro, la porta di questo mondo rimane chiusa. Guardati intorno. Tutto quello che vedi ti appare reale ma non è così; sono tutte proiezioni della tua mente, che reagisce a determinati stimoli energetici, agglomerati di pensieri che prendono forma reale. Tutto è quello che tu sei in grado di immaginare. Il mio attuale aspetto, non è altro la forma più adatta che ho scelto per presentarmi a te e che ho inviato alla tua mente. Sulla Terra avviene lo stesso processo solo che in maniera totalmente inconsapevole. Tutto ciò che consideriamo reale e concreto, che possiamo toccare con mano, vedere e sentire, compreso il nostro corpo fisico, non è altro che una proiezione della mente. La differenza principale tra la Terra e l’Outworld è che qui noi abbiamo consapevolezza e controllo di questi fenomeni, il nostro potere è totale. E’ per questo motivo che il tempo perde di significato nell’Outworld ed esiste solo l’eterno adesso. Controllare un simile potere non è facile, ed è per questo il motivo che il tempo per te continua a scorrere come avveniva sulla terra. Preparati, perché in questo primo periodo, vedrai solo gli aspetti negativi dell’Outworld.Da quando si ha memoria, nell’Outworld, come sulla Terra, è in corso l’eterna lotta tra bene e male; tu non puoi ancora saperlo ma gli avvenimenti dell’Outworld sono strettamente legati a quelli che della Terra e la supremazia del bene o del male in uno di questi due mondi, equivale a quella nell’altro. Da oltre 70 anni, dal giorno del mio risveglio, io sono il leader delle forze del bene che combattono questa eterna battaglia nell’Outworld ma adesso una nuova importante missione mi attende e presto lascerò questo posto; per questo motivo ho bisogno di trovare qualcuno che prenda il mio posto. E come mio successore ho scelto la persona che ritenevo più adatta, ovvero me stesso. Ho sfruttato il mio potere per creare un ponte dimensionale tra l’Outworld e la Terra, in modo da tornare indietro sino al 1990, quando avevo solo otto anni e poi ti ho cercato. Ho scelto questa età perché sei ancora sufficientemente bambino, affinché le mie rivelazioni non entrino in conflitto con le tue esperienze di vita. E quando ti ho trovato, ho fatto in modo che tu venissi fino a me. Purtroppo, la creazione del ponte dimensionale mi è costata molta energia e per questo motivo ho dovuto affidare ad altri il compito di scortarti durante il viaggio, perché, come ti sarai sicuramente accorto, anche le forze del male ti stavano seguendo. Chi sono le forze del male? Diciamo che se nell’Outworld il nostro corpo fisico diventa la proiezione dei nostri sogni e dei nostri pensieri positivi, le forze del male sono rappresentate dalla proiezione delle nostre paure e delle nostre debolezze. Sulla Terra, dove le capacità della nostra mente sono più limitate, il bene ed il male sono racchiusi entrambi nel corpo fisico ed in eterno conflitto tra di loro. Le persone malvagie sono sempre quelle più deboli o quelle che si fanno maggiormente dominare dalle proprie paure; ma la lotta tra bene e male avviene a livello interiore e personale mentre nel mondo reale se ne vedono solo le conseguenze.Nel momento in cui ho aperto il varco dimensionale, la tua mente si è adattata agli schemi dell’Outworld e quindi le tue paure si sono manifestate; è questo il motivo per cui quel grosso tirannosauro ti inseguiva, lo avevi visto in televisione qualche giorno prima e ti aveva spaventato a morte. Lo so perché ricordo ancora quel telefilm. Ed anche le guardie che ti inseguivano te le ricordi? L’altra sera sei stato in sala giochi, o sbaglio? E le loro uniformi non somigliano per caso a quelle di Bisont, il personaggio del videogioco Street Fighter? E infine, questo luogo non ha nessun nome, sei stato tu a battezzarlo Outworld, per tua comodità; ma l’Outworld non è forse il mondo dove è ambientato il videogioco Mortal Kombat? Vedi? La tua mente di bambino ha proiettato in questo luogo gli stimoli esterni ricevuti negli ultimi giorni e questo, perché non sei ancora abbastanza maturo e consapevole per controllare il tuo potere!Il tirannosauro, l’ho affrontato io per te; perché ai miei tempi ho affrontato e sconfitto le paure ad esso collegato e quindi oggi sono in grado di dominarlo. Ricorda: l’unico modo per vincere le proprie paure è affrontarle, non scappare mai, non indietreggiare mai o sarai sconfitto!Adesso io devo salutarti ma ti affiderò ad una persona che avrà il compito di accompagnarti in questa prima fase del tuo addestramento. Ricorda, sto affidando me stesso nelle mani di questa persona, quindi significa che ho piena fiducia in lei; e anche tu devi averne! Tutto quello che dice, per te deve essere legge! Jo, ti presento Flora, la prima maestra del tuo risveglio! ” Raga.. ho bisogno di voi... A tutti coloro che vogliono chiedo di partecipare attivamente alla stesura di questo testo; immaginate che l'Io di 110 anni, leader delle forze del bene ad Outworld, rappresenti l'umanità.. E che le forze del male siano rappresentate dalla proiezione delle paure dell'intera umanità, secondo voi, quali dovrebbero essere queste paure? Grazie a tutti Gio 08 Agosto 2007
Sogno di un bambino di 8 anni - capitolo 2Ecco il secondo libro del racconto che sto pubblicando a puntate sul blog. Il primo capitlo era la trasposizione di un sogno che ho fatto all'età di otto anni. Questo capitolo, invece, è la vera introduzione alla storia che sto scrivendo.... Grazie per i vosri commenti e per il vostro tempo....
Il morso del mostro andò a vuoto e questo gli fece anche terreno rispetto al treno. Alzò il muso al cielo, infuriato, ringhiò e sbuffò. Sollevò in aria la pesante coda con un movimento rabbioso e poi la sbatté violentemente a terra, devastando parte della linea ferroviaria. Poi, calmatosi, riprese l'inseguimento.Mi voltai verso la mia mamma. Ero pietrificato dalla paura ma lei sembrava non accorgersene; e nemmeno mia nonna. Loro due continuavano a parlare tra loro, sottovoce. Non riuscivo nemmeno a capire cosa si dicessero. Sembrava che mia madre non mi vedesse, come se non s'accorgesse delle mie paure. Possibile che lei e mia nonna non si erano accorte di nulla? Mio padre e mia sorella continuavano a dormire beati; nemmeno loro avevano sentito quel rumore. La mia famiglia era vicino a me ma sembrava così distante. Io avevo paura perché un mostro gigantesco stava inseguendo il nostro treno, ma mi spaventava ancora di più l'indifferenza della mia famiglia. Mio padre e mia madre, erano le persone che avrebbero dovuto difendermi e la loro impassibilità mi faceva sentire completamente indifeso ed in balia di quel mostro. Allungai una mano verso mia madre. Volevo toccarla ma non ci riuscivo. Per quanto m'avvicinassi a lei e per quanto provavo a toccarla, era sempre lontana. Provai a chiamarla ma lei sembrava non sentirmi. Urlai il suo nome: "Mamma! Mamma!" ma lei non si girava.Mi accorsi in quell'istante che non c'era solo la mia famiglia in quello scompartimento del treno. Di fianco a mia madre, era seduto un uomo. Ero sicuro di non aver visto nessuno seduto in quel posto prima, e mi chiedevo quando quell'uomo fosse entrato nello scompartimento e come avevo fatto a non rendermene conto. Lo fissai per qualche istante. Il volto tradiva in parte la sua età ma sicuramente dimostrava meno anni di quelli che aveva. A prima vista pensai che ne avesse poco più di sessanta ma in realtà, erano molti di più. Aveva capelli argentati, tagliati cortissimi, quasi rasati e diradati sulla sommità del capo. Una barba sottile e curata ricopriva quel volto maturo ed autorevole, come un prato argentato. Aveva invece lasciato crescere i baffi ed il pizzetto di una lunghezza maggiore. Indossava un paio d’occhiali con una montatura particolare, i quali gli conferivano allo stesso tempo un'aria da intellettuale ma anche da avventuriero. I lineamenti del volto erano rilassati e lisci, anche se una serie di rughe si rincorrevano, disegnando incavi e solchi sulla fronte e sul contorno occhi. Il naso era appena un po’ pronunciato. Quell’uomo aveva un’aria famigliare, mi sembrava addirittura di conoscerlo. I suoi occhi. Bastava guardarli ed ispiravano forza e serenità. Il pennello che aveva disegnato quegli occhi era stato intriso in un colore unico, una miscela creata con il giallo e l'azzurro, per ottenere una particolare sfumatura verde, che ricordava i colori dell’orizzonte sull'oceano in un pomeriggio soleggiato, quando lo smeraldo del mare e l'azzurro del cielo si fondono. Per un istante, in quegli occhi scorsi tutto il mio futuro. La sua presenza bastava a tranquillizzarmi nonostante quell'assurda situazione.Parlò: “E’ inutile che cerchi di chiamare tua madre, lei adesso non può sentirti!”Mi disse questo allungando una mano verso di me e poi aggiunse: “Vieni con me, ti spiegherò ogni cosa e ti mostrerò come possiamo fermare quel mostro!”Mamma mi diceva sempre di non dare confidenza agli sconosciuti, ma quell’uomo era diverso. I suoi occhi erano una calamita per me. Puntai le mani sul sedile, mi slanciai in avanti e scesi con entrambi i piedi a terra. Seguii quell'uomo che non conoscevo ma per il quale già provavo infinita ammirazione. Camminavamo vicini, lui mi teneva la mano. La sua stretta era salda. Forte e sicura come quella di papà. Da lui, mi sentivo protetto. Ero un bambino ed ero curioso. Di norma ero molto timido ma quando mi sentivo a mio agio mi scioglievo e diventavo un gran chiacchierone. Gli chiesi: "Ma tu, quanti anni hai?""Centodieci!", rispose. Senza esitare e con una sicurezza che mi spiazzò. Io risi e gli dissi: "Ma dai, non prendermi in giro! Non si può avere centodieci anni!".Lui continuò: "Non ti sto prendendo in giro - poi sorrise e mi strizzò l'occhio - Dai che siamo arrivati!".Mi aveva portato in fondo all'ultima carrozza. Da dove eravamo, potevamo chiaramente vedere quel mostro che rincorreva il treno e caricava, per attaccare di nuovo. Io ero letteralmente terrorizzato dalla paura, non mi muovevo di un millimetro, avevo paura persino di respirare, quasi quel mostro potesse sentirmi.L'uomo mi mise una mano sulla spalla e mi sorrise. Mi sentii immediatamente meglio. Poi mi spiegò: “Se tu vuoi fermarlo devi fidarti di me! Stendi il braccio destro davanti a te, con il palmo della mano aperto, come se volessi ordinare a quel mostro di fermarsi!”Non lo feci. Avevo troppa paura di allungare il braccio verso di lui. Allora quel vecchio me lo ripeté. Mi spiegò che dovevo muovermi a trovare il coraggio per farlo o sarebbe stata la fine, per me, per lui e per la mia famiglia. Era una responsabilità troppo grande per me. A quell'età io odiavo le responsabilità, non mi piaceva quando le cose dipendevano da me; ma troppe persone avevano bisogno del mio aiuto e non potevo tirarmi indietro. Provai a sollevare il braccio ma era pesantissimo, come se dentro ci fosse stato il piombo. Lentamente sollevai la mano tremante verso quel mostro; anche quell'uomo fece lo stesso e poi disse: "Ordina al dinosauro di fermarsi!”Urlai: “Ferma!”. L'adrenalina mischiata alla paura; ed urlai con tutta la forza che avevo in corpo, uno sfogo liberatorio mentre i miei nervi si rialssavano. Non riuscii a comprendere con esattezza cosa successe negli istanti successivi. Era come se tra il treno ed il mostro si fosse materializzata una parete invisibile. Ci sbatté contro, con tutta la forza derivante dalla grande velocità e dall'enorme massa di cui era composto. Udii un fracasso incredibile e poi i versi del mostro, in seguito all'impatto secco e tremendo che gli fece immediatamente perdere i sensi. S'accasciò al suolo, forse era morto. Crescendo ho poi capito che quel giorno, io non ho fatto proprio nulla, ma che era stato quell'uomo, con il suo potere, a fermare il mostro. In quel momento però, lui voleva che credessi d’avere io quel potere, perché solamente così potevo iniziare a capire e a credere a quello che stava per succedere. Mi guardai la mano sorpreso, come se non fosse la mia. Poi mi voltai verso di lui che mi sorrideva e mi disse: "Semplice, no? E adesso vieni con me..."; mentre pronunciava quelle parole, fu interrotto da uno strano sibilo, che cresceva rapidamente d'intensità. In pochi secondi era diventato insopportabile. Un istante dopo, vidi quell’uomo sollevarsi da terra ed allontanarsi da me. Una forza invisibile lo stava risucchiando. Lui allungò una mano verso di me, per afferrarmi ma non ci riuscì. Lo vidi sollevarsi da terra e scomporsi rapidamente, come se fosse stato una statua di sabbia, alle intemperie del vento. Le particelle in cui si scomponeva formavano uno strano vortice che ruotava in senso orario e, viaggiavano dalla circonferenza verso il centro. Il centro del vortice era un piccolo buco nero, nel quale le particelle entravano e poi scomparivano. Rimasi solo, a fissare il soffitto. Non so dire con esattezza quanto tempo restai lì, se pochi minuti o forse di più. Il mio cervello non era ancora in grado di riprendere il controllo del corpo. Non capivo più nulla, ero in uno stato di confusione totale e provavo una paura indescrivibile.Ritornai dalla mia famiglia camminando lentamente. Ero troppo spaventato, avevo paura che correndo qualcuno avesse potuto sentirmi; io invece volevo scomparire, diventare invisibile. Nel treno c’era qualcosa di strano. I passeggeri erano diversi da come mi erano sembrati fino a poco tempo prima. Quelli seduti, erano tutti immobili, con le spalle rilassate e il capo leggermente chino, quasi come se stessero per addormentarsi. E quelli in piedi avevano le ginocchia leggermente flesse, come se le gambe non riuscissero a sostenere il peso del corpo e le braccia penzoloni sui fianchi. Lo sguardo completamente perso nel vuoto. Restavano tutti completamente immobili, come se fossero troppo stanchi per muoversi; somigliavano ad automi in attesa di ordini. Camminavo lentamente, cercando di evitare il contatto con quelle figure, avevo paura di risvegliarle dal loro torpore. Preferivo illudermi che non fossero in grado di vedermi. Ogni volta che dovevo aprire una porta, per passare da una carrozza all’altra provavo una paura terrificante, immaginando i pericoli che potevo trovare dall’altra parte della porta. Arrivai alla carrozza dove si trovava la mia famiglia e, rilassandomi, allungai una mano verso la maniglia della porta a vetri dello scompartimento. Non potevo sbagliarmi lo scompartimento era quello giusto, ne ero sicuro. E invece la mia famiglia non c’era. Lo scompartimento era vuoto. Sentii che le forze m’abbandonarono, barcollai sulle gambe, feci un passo indietro, mi appoggiai alla parete. Inspirai e poi espirai energicamente. La nonna assicurava che serviva a calmarsi. Ero sicuro che lo scompartimento fosse quello giusto, ma perché era vuoto? Mi sentivo solo e triste, abbandonato da tutti e avevo una paura inimmaginabile. Dovevo trovare la mia famiglia. Con il cuore che batteva nel petto come un tamburo, strinsi i pugni, conficcandomi le unghia nella pelle, fino a farmi male. Mi dava coraggio. Ripresi a camminare, affacciandomi dentro ogni scompartimento, senza riuscire a trovare tracce della mia famiglia.Il treno sbuffò, poi iniziò a rallentare. Udii il rumore degli scambi. Poi lentamente entrò in stazione. Tutti i passeggeri scesero, lentamente, trascinandosi a fatica sulle gambe, quasi strisciate sul pavimento, barcollando e con la testa che oscillava e dava l’idea di essere troppo pesante per essere sostenuta dal collo che poteva spezzarsi da un momento all’altro. La voce del capotreno uscì da un altoparlante: “Fine corsa, stazione di OutWorld! Tutti i passeggeri sono pregati di scendere!”Scesero tutti dal treno, mentre io correvo avanti e indietro a cercare la mia famiglia.“Mamma! Mamma! Dove sei?”.Urlavo, correvo, scalpitavo. Il mio cuore batteva forte, il mio cervello cercava di capire, la mia mente si stava proiettando in un mondo che non era più quello reale. Migliaia di scenari s’accavallavano davanti ai miei occhi, mentre cercavo di capire cosa stesse succedendo davvero. Correvo senza guardare di fronte a me e ad un certo punto, andai a sbattere contro qualcosa.Tastando con una mano la superficie dell’ostacolo, cercai di capire cosa mi avesse fermato. Erano gambe, alte e snelle. I miei occhi potevano vedere solo il blu della divisa. Lentamente alzai gli occhi. Era il controllore, quel ragazzo alto che era venuto a chiederci i biglietti. Ma era diverso, il suo sguardo era diverso. Era determinato, deciso ma insieme anche spaventato. “Vieni con me ragazzo!”, mi disse stringendomi il polso ed iniziando a correre. Mi tirava, mentre io urlavo. “Non urlare, per favore! Non avere paura di me!”, mi disse e mi sorrise. Quel sorriso mi tranquillizzò e smisi di urlare. Ero spaventato, volevo solo rivedere mia madre ma non avevo la forza per oppormi agli eventi. Mi lasciai trascinare mentre scendevamo dal treno.Sentii delle grida: “Eccolo è lui!”Uomini alti e grossi, dall’aspetto minaccioso e con strane divise indicavano nella nostra direzione. Il ragazzo mi prese in braccio ed iniziò a correre. Piangevo. Corremmo verso l’uscita della stazione, scansando quegli uomini in divisa, grossi ma goffi, come un giocatore di rugby che evita gli avversari e corre verso la meta. Altri di loro iniziarono ad inseguirci. Io non muovevo un muscolo, a stento respiravo e cercavo di trattenere il fiume di lacrime che sgorgava dai miei occhi. Mi sforzavo di piangere in silenzio, cercavo di non lagnare. Ero completamente scoperto ed indifeso. Io volevo solo la mia famiglia ma nessuno mi ascoltava. Nessuno capiva i miei bisogni. Il controllore voltò l’angolo e incontrammo poco più avanti due ragazzini che dovevano avere circa tredici anni e che ci stavano aspettando. Erano una ragazza molto carina, bionda e con i capelli lunghi fino alla schiena ed un ragazzo che in quel momento mi sembrò il più incredibile essere sulla faccia della terra. Rimasi a guardarlo ammirato. Aveva uno sguardo sicuro, una postura forte che ispirava fiducia, il volto da duro, nonostante la tenera età. Sorrise e io mi sentii al sicuro, protetto da lui.Allungò una mano verso di me e disse: “Io sono Ricki, seguimi Jo”. Conosceva il mio nome e questo mi fece sentire improvvisamente importante, al centro degli eventi. Mi asciugai gli occhi con una manica e gli strinsi la mano prima di presentarmi a mia volta. Quel ragazzo incredibile era lì per aiutarmi e questo mi rendeva felice. Dall’angolo arrivarono le guardie ed il controllore urlò: “Scappate!” E si lanciò di corsa verso di loro. Noi iniziammo a correre nella direzione opposta. Adesso mi sentivo più tranquillo. La paura iniziava ad essere affiancata da altre emozioni e dall’eccitazione per quell’incredibile situazione. Mi voltai un istante e vidi una scena che credo non dimenticherò più nella mia vita. Il controllore, quel ragazzo così serio e ligio al dovere, che mi aveva portato via e forse mi aveva salvato la vita, stava correndo incontro alle guardie per affrontarle. Il più grosso degli inseguitori, lo colpì al volto con un manrovescio e lo fece volare a terra, poi estrasse una strana arma, una specie di pistola. Io mi voltai, perché dovevamo correre, perché non capivo cosa stesse succedendo ma sapevo che quei ragazzi mi stavano salvando la vita.Udii lo scoppio di un’arma da fuoco ed il mio cuore smise di battere per un secondo. Il mio pensiero tornò al controllore, era morto per me! ”Sbrigati!”, urlò quel ragazzo. “Vuoi rendere vano il suo sacrificio?”. Manteneva il sangue freddo, sul viso non mostrava alcun segno di sofferenza ma i suoi occhi trattenevano a fatica il pianto. La ragazza bionda correva, con una lacrima che le rigava il volto e, si vedeva che tremava di rabbia e bruciava dalla voglia di vendetta. Ci arrampicammo su un albero e ci infilammo in un condotto dell’aria. Un piccolo tunnel nel quale noi bambini potevamo strisciare ma troppo stretto per quegli uomini. Troppe ragnatele e troppo sporco. Ed era tutto buio. Non potevo muovermi in quel tunnel, i miei sensi si rifiutavano. La paura degli inseguitori era superata dalla paura dell’ignoto. Io stavo in mezzo, il ragazzo faceva da guida e la ragazza chiudeva la fila. Lui si voltò. Il suo sguardo rabbioso e deluso mise in moto il mio coraggio. Non volevo deludere quel ragazzo e allora mi feci forza ed iniziai ad avanzare. Uno degli inseguitori provò ad entrare nel tunnel dietro di noi ma rimase incastrato, facendo da tappo. Erano proprio stupidi, per fortuna.Alla fine, dopo una serie di deviazioni, il tunnel si apriva su una stanza sotterranea. In questa stanza c’erano tantissime persone. L’illuminazione era bassa, appena sufficiente a riconoscere le figure. Uomini e donne, avevano tutti l’aspetto di essere combattenti valorosi. Una figura in piedi su un palco, doveva essere il capo. Mi portarono al suo cospetto e con incredibile sorpresa scoprii che era lo stesso uomo che avevo incontrato sul treno. Ero felice di vederlo e stare di fronte a lui, il fatto che mi parlasse e che mi tenesse in considerazione, mi faceva sentire importante. Mi spiegò cose incomprensibili per un bambino di otto anni e mi parlò come si parla ad un adulto. Prima di tutto: la cosa più importante! La tua famiglia sta bene! E adesso veniamo a noi… Ti chiederai dove siamo, giusto? Benvenuto all’OutWorld, un paradosso temporale in cui il tempo si ferma e passato, presente e futuro si mischiano! Oggi tu stai parlando con persone nate decenni dopo di te e con altre morte secoli prima. Solitamente, noi uomini abbiamo una percezione sequenziale del tempo ma realtà di tempi diversi scorrono su binari paralleli e avvengono simultaneamente. Solo che noi non siamo in grado di rendercene conto. L’Outworld, la fine dello spazio e del tempo, è il luogo in cui noi uomini siamo svincolati dalla percezione sequenziale del tempo. In questo momento il tempo non sta scorrendo e realtà di tempi diversi stanno convivendo tra loro. E adesso lascia che mi presenti: io sono te tra centodue anni, nel futuro! Capisci, vivendo all’Outworld, il mio processo d’invecchiamento è rallentato ed io sono diventato quasi immortale. p.s. Tranquilli, non è bastato un simile espediente per liberarmi dal tirannosauro che resta comunque il protagonista negativo del mio sogno... 04 Agosto 2007
Angeli e DemoniQuesto è il primo capitolo di un romanzo che sto scrivendo... Spero che vi piaccia.
Il parco sorgeva in un luogo insolito per uno spazio verde: sotto il viadotto della tangenziale, in quella che era stata, una volta, una delle aree industriali più importanti della città. Il programma di riqualificazione urbana aveva portato alla trasformazione dell’ex industria in un nuovo quartiere residenziale e per questo motivo era avvenuto il recupero ambientale: una legge prevedeva che a fronte della concessione edilizia per costruire nuovi edifici, una parte degli oneri era convertita in un’opera pubblica realizzata direttamente dall’operatore immobiliare. Il parco copriva una superficie di circa 89 mila metri quadrati, organizzati su un impianto morfologico rettangolare ed attraversato in direzione nord-sud dal fiume e dal viadotto sopraelevato della tangenziale; uno specchio d’acqua stagnante caratterizzava l’area sottostante al viadotto. La riva sud-ovest dello specchio d’acqua era caratterizzata da piccoli scogli artificiali, mentre sulle altre sponde era stato realizzato un parapetto in ferro battuto. Una stradina di terra rossa collegava la sponda ovest con quella ad est. Erano stati ricavati numerosi sentieri, che attraversavano il parco in tutta la sua lunghezza e permettevano di spostarsi facilmente da una zona all’altra. Il parco, un’opera importante in quanto aveva dimostrato come era possibile riqualificare aree, apparentemente inutilizzabili era però sorto con due pesanti handicap. In primo luogo, l’inquinamento acustico, prodotto dalle auto e poi, i capannoni industriali dismessi che ricoprivano l’area che si estendeva oltre il confine est del parco e la cui presenza poteva risultare inquietante. Erano comunque problemi non gravi, in quanto il rumore delle auto non disturbava la naturale quiete del parco ed i capannoni potevano essere visti come l’affascinante testimonianza storica, del passato industriale del luogo. Molte specie arboree erano state piantate per accrescere il valore del parco. Si potevano trovare querce, pioppi, platani e olmi; ma anche carpini, bagolari e frassini, fino ad arrivare al liquidambar, al sofora, al noce, all’acero, per finire poi con il sorbo, l’ontano, il salice e l’ippocastano.All’ombra di un ippocastano, un angelo era seduto su una panchina. Normalmente gli angeli avevano altro da fare piuttosto che perdere tempo al parco ma quello non era un angelo come tutti gli altri. Aveva scelto quella panchina dopo un’accurata selezione, perché gli offriva la visuale migliore sul parco. Poteva vedere la collinetta artificiale, con la stradina di terra battuta che s’inerpicava lungo una leggera salita, per poi discendere dall’altra parte. Poteva anche vedere l’ampia zona dedicata alla libera circolazione dei cani delimitata da uno steccato di legno. Infine, cosa più importante era in grado di osservare le persone, tantissime persone. Nessuno poteva vederlo, oppure toccarlo e agli occhi della gente la panchina sembrava vuota. Nessuno comunque si sarebbe seduto vicino a lui perchè, anche se gli occhi non potevano vederlo, l'istinto delle persone, percepiva la sua presenza.Un cucciolo di Labrador stava guardando verso di lui, apparentemente fissando il vuoto. Spesso si ha l’impressione che gli animali fissino il vuoto. In realtà, la maggior sensibilità degli animali, permette a loro di vedere quello che gli occhi umani non possono. Il cuccioletto era seduto sull’erba, appollaiato sulle zampe posteriori, con quelle anteriori a reggere il peso. Era un batuffolo delle dimensioni di un pallone da rugby, con il pelo fitto e corto color sabbia ed una sfumatura leggera, tendente al giallo indiano sulle zampe e sulla sommità della testa, dove si formava una macchiolina a forma di rombo allungato, grande poco più di una moneta. Al centro della piccola testa color sabbia, tonda e paffuta, i due piccoli occhi di un nocciola intenso, apparivano come due puntini nel deserto. Quei due piccoli occhietti, poco distanti l’uno dall’altro, stavano fissando dritto di fronte a loro. L’espressione era giocosa ma seria, come se il cucciolo si stesse concentrando su qualcosa di preciso e non stesse semplicemente fissando il vuoto. Una leggera sfumatura tendente al nero, caratterizzava quegli occhi, in maniera affascinante. Le piccole orecchie, che cadevano penzoloni ai lati del viso, ed il muso allungato, con quel doppio mento evidente, gli conferivano un aspetto buffo e gentile. La bocca era leggermente aperta, mostrando appena i denti come un sorriso, con la lingua rossastra che penzolava appena di fuori. La sua piccola coda si muoveva allegramente a destra e a sinistra.L’angelo osservò attentamente quel cagnolino, chiedendosi se realmente il cucciolo potesse vederlo, poi una voce di bimba richiamò il cucciolo che s’allontanò, correndo goffamente incontro alla sua padroncina.Altri due cani si rincorrevano giocando nell’erba, un terranova dal pelo nero ed un pastore tedesco. Uno inseguiva l’altro, poi si scambiavano i ruoli, in un gioco che somigliava ad una danza, con i suoi ritmi e le sue regole. Ogni tanto rallentavano, si avvicinavano e si annusavano sotto la coda. Altre volte sfiorandosi la punta del naso, si guardavano dritto negli occhi. Un solo istante, prima di rituffarsi nella loro danza furiosa.Una bimba allungava le sue piccole manine verso quelle della nonna che le sorrideva e la prendeva in braccio, immaginando per lei un futuro meraviglioso. Una coppia di adolescenti si coccolava su di una panchina, scambiandosi dolci parole d’amore. Due amici parlavano di calcio.Tante persone, tutte con una propria vita ed una storia differente, sicuramente interessanti, eppure l’angelo non era lì per nessuno di loro. Era lì per Elisabetta. Betty aveva vent’anni, lunghi capelli nero corvino, ed un sorriso seducente. Si considerava una ragazza sufficientemente attraente affinché il proprio aspetto fisico non la svantaggiasse. Era solita truccarsi con sfumature accese di nero per risaltare il verde smeraldo dei suoi grandi occhi. Era una ragazza molto sicura di se ed estremamente decisa, forse un po’ troppo testarda. Per questo motivo e per l’incapacità di mettere da parte l’orgoglio, riusciva sempre a complicarsi la vita, più del necessario. L’angelo l’aveva trovata divertente ed aveva deciso di osservare la sua vita, per passare un po’ di tempo.Betty stava aspettando la sua amica Teresa, con cui doveva chiarire una questione delicata. Per l’ennesima volta, un ritardo di Teresa era costato caro sia a lei sia a Betty. Le ragazze avevano un appuntamento e, per colpa di Teresa tutto era saltato. Betty non intendeva tollerare l’ennesimo ritardo anche perché lei era sempre puntuale e non riusciva a capire come fosse possibile non esserlo. Secondo lei, bisognava impegnarsi per arrivare in ritardo perché credeva nel potere della forza di volontà ed era convinta che quando una persona voleva davvero una cosa allora riusciva ad ottenerla, sempre. Qualche giorno prima…Il display del Nokia si era illuminato, mentre nell’aria si diffondevano le note della canzone “Toxic” di Britney Spears: il segnale che era ora di muoversi. Teresa stava guardando un episodio della serie TV “Lizzie Mc Guire”, comodamente seduta sul divano. Senza distogliere lo sguardo dal televisore, cercò tastoni il telecomando che, come sempre, si era incastrato tra due cuscini. Dopo averlo trovato, a malincuore, spense il gigantesco televisore al plasma della sala. Adorava “Lizze Mc Guire”, ma non poteva perdere nemmeno un altro minuto. In quell’occasione non poteva assolutamente arrivare in ritardo ed aveva calcolato tutto, affinché ciò non avvenisse. La sveglia era stata puntata con largo anticipo, in modo da potersi preparare con calma ed arrivare alla fermata dell’autobus almeno venti minuti prima che sarebbe passato. L’autobus era la sua preoccupazione più grande: se l’avesse perso, non sarebbe mai riuscita ad arrivare puntuale, perchè l'autobus per il centro passava ogni quaranta minuti. Il cellulare, il borsellino di Pimkie e le chiavi di casa con il portachiavi “Nici” erano bene in vista sulla credenza in corridoio, vicino alla porta d’uscita. Gli abiti erano stati accuratamente scelti la sera precedente. Doveva solamente cambiarsi, truccarsi, scendere ed aveva quasi un’ora di tempo. “Perfetto, sei grande Terry!” si ripeteva tra se, orgogliosa della propria organizzazione vincente. “Questa volta Betty non avrà nulla da rimproverarti!”Terry si precipitò in camera da letto per cambiarsi. Una rapida occhiata allo specchio affisso alla parete ed un sorriso di soddisfazione le spuntò sul volto. La sua mise semplice ma elegante, regalava esattamente l’effetto che voleva ottenere; poi si spostò in bagno, dove iniziò a truccarsi, lentamente ed accuratamente. Aveva pianificato tutto ed aveva il tempo necessario per dedicarsi alla cura della propria immagine, come desiderava. Dopo una ventina di minuti, si guardava nello specchio ovale del bagno, trovandosi letteralmente irresistibile. Riordinò i trucchi nella propria pochette di H&M, perché tanto aveva tutto il tempo per farlo, e poi corse in cucina a salutare la mamma.<<Ciao ma’, torno per l’una, stanotte!>>.<<Uhm, divertiti e stai attenta! Ciao tesoro.>>, il tono di sua madre era quello tipico di un genitore, a metà tra la preoccupazione e la rassegnazione, che si rendeva conto che la figlia è cresciuta ed ha ormai preso una strada propria.Terry camminò lentamente fino alla fermata dell’autobus. Una volta tanto, non era di corsa e questo la riempiva d’orgoglio. Si era seduta sulla panchina sotto la pensilina ad aspettare l’arrivo del bus, ma mancavano ancora più di venti minuti. Non era abituata ad aspettare e si rese conto che era davvero noioso. <<E’ questo che provano gli altri, quando mi aspettano, allora!>> pensò, sentendosi come una bimba che aveva appena fatto una scoperta sensazionale. Guardò l’orologio: mancavano ancora 15 minuti. Che cosa? Ne erano trascorsi solo 5? Uffa, pensava che sarebbe morta, prima dell’arrivo dell’autobus. Un nuovo sguardo all’orologio: 10 minuti. Terry non resisteva all’attesa, ma almeno, era contenta che per una volta sarebbe arrivata puntuale. Anzi, addirittura in anticipo. L’eccitazione per l’impresa che stava per compiere, l’aiutò a non sentire il peso del tempo che scorreva. Non riusciva a contenersi, nell’attesa di vedere la faccia di Betty, quando l’avrebbe vista arrivare con tanto anticipo e anzi, non resisteva più, doveva dirglielo subito. Combatté alcuni secondi con se stessa, indecisa se scrivere un sms a Betty o presentarsi direttamente sotto casa e farle la sorpresa. Incapace di aspettare anche solo un minuto, prima di iniziare a lodarsi per il proprio successo, aprì la borsetta ed iniziò a cercare il cellulare con la mano. Si rese immediatamente conto che la borsetta sembrava più vuota del solito, ma non se ne preoccupò fino a quando, tastando, non riuscì ad individuare la presenza del cellulare. A quel punto iniziò a cercare freneticamente nella borsa, ma mancavano sia il cellulare sia il borsellino sia le chiavi di casa. Uno strano pallore s’impossessò del suo volto, mentre la mente ritornava al piano della credenza, nell’ingresso di casa, dove in bella vista aveva lasciato il Nokia, il borsellino di Pimkie e le chiavi con l’orsetto “Nici”, proprio allo scopo di non dimenticarsene. Abitava a pochi minuti dalla fermata e poteva ancora farcela a tornare a casa, prendere quello che aveva dimenticato e tornare indietro. Almeno poteva riuscirci se l’autobus avesse avuto un leggero ritardo, e lei sapeva che gli autobus erano sempre in ritardo. Corse a perdifiato lungo la via di casa, pur non essendo molto allenata; e quello scatto, le costò molta fatica. Si attaccò al citofono, sperando che mamma aprisse la porta rapidamente; quando il meccanismo della serratura scattò, si precipitò lungo le cinque rampe di scale che la separavano dall’entrata del suo appartamento. La porta era aperta. S’infilò in casa alla velocità del fulmine, raccolse i suoi oggetti e poi schizzò via di nuovo.Non fu necessario correre fino alla fermata. L’autobus le passò davanti, mentre era ancora a metà strada. Si fermò, i passeggeri salirono e ripartì. L’aveva perso, ma non era stata colpa sua, lei ce l’aveva messa tutta!Aveva ancora in mano il cellulare. Sbloccò i tasti, premette “invio” e scorse rapidamente la rubrica, mediante il tasto centrale, sino ad arrivare al numero di Betty. Infine pigiò sul pulsante verde, per avviare la telefonata. Provò a spiegare all’amica com’erano andati i fatti.<<Sei una stronza!>>, sentenziò Betty furiosa e riattaccò. Terry tornò a casa sconsolata e si chiuse in camera, con il suo orsetto di peluche. Soltanto qualche ora dopo, lei e Betty, si organizzarono via sms, per vedersi al parco e parlare dell’accaduto. Il caldo sole primaverile generava luminosi riflessi blu elettrico, sui capelli nero corvino di Betty che era seduta su una panchina da almeno venti minuti abbondanti. La sua immagine e la sua posizione, lasciavano intuire lo stato d’animo ed il nervosismo che la pervadeva. Era seduta sopra lo schienale della panchina, con i piedi ben piantati sulla seduta e i gomiti appoggiati alle ginocchia. I lunghi capelli neri le pendevano ai lati del volto, sino all’altezza del seno. Indossava un paio d’occhiali da sole con lenti a specchio e dalla montatura sottile che teneva inforcati tra i capelli. Tra le dita della mano sinistra teneva una sigaretta, dalla quale ogni tanto aspirava qualche boccata nervosa. Ad intervalli molto regolari, sollevava il polso destro, sul quale portava un orologio di Calvin Klein, dalla montatura sottile. Non seguiva la moda e solitamente snobbava le marche ma, quell’orologio faceva eccezione. Era il prezioso regalo di una persona speciale e ne andava incredibilmente gelosa.<<Guai a te se non arrivi puntuale nemmeno oggi!>> continuava a ripetersi, pronta a far pagare amaramente a Terry ogni secondo di ritardo.Una timida vocina, invase la sua mente facendole perdere il filo dei pensieri: <<Ciao Betty!>>.Era Teresa. Lei se ne stava lì in piedi, avvolta nel suo vestito rosa, impeccabilmente trendy, con le mani giunte sul davanti, dalle quali pendeva una borsetta bianca su cui spuntava il marchio di Gucci, in tinta con le ballerine, la cintura, il copri-spalle ed i braccialetti che portava su entrambe i polsi. Terry sfoderò uno dei suoi migliori sorrisi, prima di avvicinarsi. Sapeva di essere in torto con Betty, anche se non era stata colpa sua e pensava che un bel sorriso fosse il modo migliore di cominciare la loro discussione. Betty rispose al sorriso, con una smorfia appena accennata. Un ciuffo di capelli le svolazzò davanti agli occhi, mentre sollevava la testa, per guardare Terry diritto negli occhi. Quello sguardo provocava, in Teresa, un senso di disagio e, la faceva sentire come un pulcino indifeso. Era una sensazione che durava pochi attimi, prima che anche lei sfoderasse il coraggio e la grinta che in tante occasioni aveva dimostrato.<<Ciao Teresa, brava… Sei arrivata puntuale questa volta…>>, disse Betty scandendo molto lentamente ogni sillaba. Il tono della voce era volutamente sarcastico.Teresa la guardò con i suoi occhioni color nocciola nei quali l’angelo colse per un attimo la stessa espressione incuriosita del cucciolo di labrador.Betty continuò, con la voce tagliente come la lama di una spada: <<Visto che quando vuoi sei capace di arrivare in orario? E’ stato tanto difficile? Io non credo proprio, giusto?>>.Teresa rimandò i propri pensieri indietro di una ventina di minuti verso tutto quello che aveva passato per riuscire ad essere puntuale con Betty, ma non pensò fosse il caso di puntualizzare. Disse invece, restando sulla difensiva ed usando un tono volutamente scherzoso come per lanciare una battuta: <<Ma a te gli inconvenienti non capitano mai?>>.Betty rispose seria: <<Certo che mi capitano gli inconvenienti ma quando voglio davvero qualcosa, nulla riesce a fermarmi!>>.Terry sapeva che Elisabetta aveva perfettamente ragione. La conosceva da anni e sapeva che era il tipo di persona per cui il fallimento non è contemplato: quando lei voleva una cosa, alla fine la otteneva… Sempre. Terry ammirava il coraggio con cui Elisabetta s’impegnava per raggiungere i propri obiettivi, ma non condivideva fino in fondo il suo modo di fare perché spesso era troppo severa, con gli altri ma soprattutto con se stessa; quando voleva veramente qualcosa, non c’era sacrificio che non valeva la pena compiere pur di raggiungere il proprio obiettivo e anche verso gli altri era severa allo stesso modo, pretendendo che rispettassero i propri impegni o criticandoli quando si tiravano indietro di fronte alle difficoltà. Da questo punto di vista lei e Teresa erano completamente diverse. Terry era capace d’impegnarsi moltissimo, quando voleva ma solo se credeva ne valesse realmente la pena; quando la strada per raggiungere qualcosa diventava troppo difficile da percorrere, anziché partire a testa bassa come la sua amica, si chiedeva quanto realmente fosse importante per lei quell’obiettivo e, se il gioco non valeva la candela, semplicemente accantonava l’idea. A parte questo, Terry pensava che Betty fosse una persona straordinaria, come ne esistono poche. Era sempre presente e pronta ad aiutare gli amici. Con la sua forza e la sua decisione, era un punto di riferimento nelle situazioni difficili ed il suo grande sorriso sincero riusciva a scaldare anche i cuori più gelidi; quando era dell’umore giusto, Betty era una forza, trascinante come una locomotiva e capace di intrattenere gli amici con la sua spigliatezza e la sua simpatia. Al contrario, quando era arrabbiata, o peggio ancora delusa, allora diventava difficile riuscire a rapportarsi con lei, soprattutto per Teresa che era una persona molto impulsiva ed incapace di controllarsi, quando i suoi sentimenti erano colpiti.Terry si sforzò di sorridere nuovamente, cercando di tenere da parte il malumore che covava dentro di se e poi disse: <<Io non sono te Betty! Io mi sono impegnata, davvero, per arrivare in orario, ma non è stata colpa mia, capisci?>>.L’angelo osservò incuriosito l’evolversi della vicenda. Era curioso di sapere chi l’avrebbe spuntata ed intanto, nella sua mente andava formandosi una personale opinione sulla vicenda. Lui odiava chi non riconosceva l’impegno degli altri e si basava solo sui risultati e sull’apparenza per giudicare; quindi, credeva che Betty avrebbe dovuto perdonare Terry ed anzi, lodarla per il suo impegno.Una voce potente ed autoritaria tuonò alle sue spalle, interrompendo quei ragionamenti: <<Ti ho trovato finalmente! Cosa ci fai qui?>>. L’angelo deglutì, senza voltarsi, non ce n’era bisogno, aveva già capito. Nella sua mente riusciva a distinguere chiaramente la figura maestosa ed imponente che lo stava chiamando. Era il tutor, a cui era stato affidato e che aveva il compito di insegnargli il mestiere e controllare lo svolgimento delle sue missioni.<<Sai da quanto tempo ti sto cercando? Te l’ho già detto, non sei qui sulla terra per giocare, hai una missione da compiere, capito?>>. Il tono autoritario non ammetteva alcun tipo di replica.L’angelo sarebbe voluto rimanere, ad osservare la scena, ma purtroppo neppure un angelo poteva sottrarsi ai propri doveri. 29 Luglio 2007
Sogno di un bambino di otto anniQuello che segue è un esperimento. E' il primo capitolo di un racconto che sto scrivendo basandomi su un sogno che ho fatto da bambino. In questo primo capitolo, ho raccontato l'incubo che ho fatto quando avevo otto anni e che utilizzerò come base per evolvere la storia. L'atmosfera è un po' surreale e quello che succede fondamentalmente assurdo ma bisogna ricordarsi che si tratta pur sempre del sogno di un bambino di otto anni. Spero di essere riuscito a renderlo comunque interessante.
Capitolo 1 Non potrei ricordare oggi, quale fosse la destinazione di quel viaggio. Sono passati troppi anni e il mio è solo un vago ricordo dai contorni sfumati, come quelli che si hanno dei sogni, quando ci si sveglia di colpo. Ricordo il treno che correva veloce in quel tunnel. Ricordo che ero in viaggio con la mia famiglia, e ricordo l’atmosfera surreale. Era un’atmosfera cupa, come quei pomeriggi d’inverno in cui fa buio troppo presto e bisogna accendere le luci. Quell’atmosfera mi metteva a disagio. Mi sentivo pesante, incapace di lasciarmi andare e di rilassarmi. Mi capitava spesso da piccolo, di soffrire quel senso di pesantezza. Avevo solo otto anni ed ero un bambino sereno ma molto riflessivo; mi piaceva osservare le cose per capirne il funzionamento. Scrutavo il mondo con gli occhi della curiosità, cercando di cogliere tutte le sue meravigliose sfumature, e spesso mi ritrovavo a fantasticare. Rimanevo inchiodato davanti al vetro del finestrino, sul quale si rifletteva l’immagine della mia famiglia: mio padre, con le sue spalle forti, mia madre, con la sua dolcezza, mia nonna, con la sua saggezza e la mia sorellina minore, con quel sorriso abbagliante che ancora oggi la rende speciale.Frammenti di ricordi, lontani e ormai creduti dispersi, si ricompongono nella mia mente, fornendomi un’immagine che credevo di non poter ricordare. E’ incredibile quanti dettagli si possono immagazzinare in memoria, anche in maniera inconsapevole e di come poi, possiamo ripescarli al momento opportuno, senza nemmeno renderci conto di averli assimilati e che ormai sono parte di noi. Ricordo perfettamente i sedili, ricoperti di un tessuto color mattone scuro. Erano sedili vecchi, logori dal tempo e molto più duri di come dovevano essere stati una volta. Stanchi di aver accompagnato migliaia di viaggiatori, conciliando il loro riposo, in alcuni casi i loro sogni, in altri subendo le loro offese perchè non erano abbastanza comodi; come se si fossero scelti il proprio destino da soli e poi non si fossero dimostrati all'altezza. Da uno squarcio su un sedile si vedeva la gommapiuma dell’imbottitura. Ricordo, la luce bianca del neon che appiattiva i volumi e le forme. Riflesse nel vetro apparivano, per poi scomparire un istante dopo, le ombre dai contorni indefiniti delle persone che attraversavano il corridoio. Persone entrate a far parte della mia vita solo per un istante, e poi uscite un attimo dopo, per non tornare mai più. Ricordo che nello scompartimento era entrato un signore convinto che mio padre fosse seduto al suo posto e ricordo il controllore: un ragazzo alto, con gli occhi color nocciola, i capelli ricci e uno sguardo esageratamente serio. Il vetro del finestrino rifletteva la realtà alle mie spalle: mia madre e mia nonna che parlavano sotto voce e mio papà che dormiva tenendo in braccio la mia sorellina. Io però, nel vetro del finestrino non vedevo quel riflesso. I miei occhi guardavano oltre il vetro, oltre il riflesso, oltre il muro del tunnel e si perdevano nel cielo, alla disperata ricerca di libertà. Il mio sguardo correva sulle ali della fantasia e davanti ai miei occhi si susseguivano mondi fantastici, di quelli che esistono solo nella mente di un bambino. Vivevo incredibili avventure, nel mondo creato con la mia fantasia di cui io ero signore e sovrano, perché a differenza della realtà, nel mondo fantastico e in quello dei sogni, noi siamo padroni del tempo. Nelle mie fantasie io potevo cancellare gli avvenimenti passati che non mi piacevano, per riscriverli diversamente, oppure volare avanti nel tempo, per saltare tutto quello che non mi andava di aspettare. Potevo persino congelare il tempo, se solo volevo fermarmi a riflettere. Potevo prendermi il tempo per ogni decisione, provarla e cambiarla se non mi soddisfaceva il suo effetto. In quel momento stavo proprio fantasticando, quando accadde qualcosa che superava la mia fantasia. Il rumore del treno, monotono ma affascinante ed unico compagno di quel viaggio, era stato coperto da un altro rumore, che si sentiva dapprima in lontananza, poi sempre più forte, come se fossero i passi di un misterioso inseguitore; ma per essere dei passi, doveva trattarsi di un essere gigantesco. Era una cosa assurda, lo so, ma a quell’età era fin troppo facile farsi suggestionare dalla fantasia. Il rumore s’avvicinava sempre più, ormai era insistente e vicino. Mi presi di coraggio e m’affacciai dal finestrino, per vedere cosa stava succedendo. Il buio, quel rumore inquietante, il fatto che fosse notte, ogni elemento sembrava studiato per accrescere la mia paura. Paura che mi entrava nelle viscere, mi sconquassava e mi dominava. Paura che mi rendeva inerte, mi tormentava, mi toglieva il fiato. Il cuore mi batteva forte nel petto e tremavo. Ricordo di non aver mai provato tanta paura in vita mia. Deglutii; ma non potevo lasciare che vincesse la paura, dovevo essere forte e vedere con i miei occhi cosa stava succedendo. Stavo per affacciarmi dal finestrino, quando un suono impressionante, simile al ringhio di un animale ma molto più acuto, mi trapassò i timpani. Mi allontanai dal finestrino con le gambe che tremavano per la paura, ma non dissi nulla perché vidi che nessun’altra persona presente nel treno, compresa la mia sorellina sembrava essere spaventata come me. Non potevo essere il meno coraggioso di tutti. Era strano; mamma e la nonna continuavano a chiacchierare, mentre papà e mia sorella dormivano, come se tutto fosse assolutamente normale. Nessuno sul treno, sembrava aver udito quel verso. Decisi quindi, di affacciarmi dal finestrino e togliermi il dubbio, per rendermi conto che nulla di strano stava succedendo e che era solo la mia immaginazione. Udii un'altro di quei terribili versi, ma non mi tirai indietro di nuovo. Mi affacciai dal finestrino e quello che vidi mi sconvolse. Bocca spalancata, due file di denti aguzzi, ringhio famelico. Occhi gialli, sembravano di vetro, privi di pupilla. Era un enorme tirannosauro meccanico e stava inseguendo il treno. Era gigantesco e correva ad una velocità incredibile. Anzi, riusciva a guadagnare terreno sul treno. La scena che stavo osservando era inverosimile. Quell’essere era troppo grosso perché passasse sotto il tunnel, ma sembrava che attorno ad esso, il tunnel si dilatasse ed assumesse nuove dimensioni. Nelle sembianze era identico al tirannosauro robot protagonista di un cartone animato che guardavo da bambino, ma spropositatamente gigantesco. Il suo corpo era grigio metallizzato e come uno specchio, rifletteva il fascio luminoso delle luci che illuminavano la galleria; nonostante il buio, il suo corpo metallico e scintillante era chiaramente visibile. Correva velocemente agitando la coda a destra e a sinistra e ogni tanto emetteva uno di quei terrificanti versi.Rimasi paralizzato a guardare la scena. Secondi che passavano interminabili, il sangue che si gelava nelle vene. Non mossi un muscolo anzi, nemmeno respiravo. Quel mostro era velocissimo e stava rapidamente raggiungendo il treno. Ormai era vicinissimo, s’abbassò in avanti, con le fauci spalancate e attaccò, cercando di afferrare con i suoi mostruosi denti la coda del treno.Allentai lentamente la presa dal bordo del finestrino, lasciandomi cadere sul sedile e urlai con tutto il fiato che avevo in corpo. 18 Luglio 2007
Perchè le persone non sanno essere sincere?Molte persone provano ad esserlo, o vorrebbero esserlo ma quanti di noi riescono ad essere veramente sinceri, proprio fino in fondo? Credo nessuno! Ed il motivo è molto semplice! Sia Ke mentiamo a noi stessi, alla persona che amiamo, ad un amico, ad un parente, il motivo è sempre lo stesso! Mentiamo per la paura di non essere capiti. La persona a cui è più difficile ammettere la verità è quella che è più in diritto di giudicarci, quella il cui parere contrario ci fa più male. E allora? E allora ci sono alcuni casi in cui essere sinceri è semplicemente impossibile e la verità è un'utopia.... Perchè le persone interpretano secondo il loro modo di vedere i fatti e quando non siamo d'accordo con il suo modo di vedere, sappiamo già che una persona non ci capirà! Di conseguenza, essere sinceri diventa estremamente difficile.. E allora, che fare? Dire la verità e fregarsense di come l'altra persona la interpreta o mentire perchè tanto non fa differenza e almeno ci risparmiamo la fatica di tirar fuori il rospo? O forse, il modo migliore di agire non è dire la verità ma tentare di trasmettere un messaggio sincero, in modo che il nostro interlocutore capisca esattamente quello che noi vogliamo dirgli, anche se non diciamo esattamente la verità per filo e per segno. Io credo che per risolvere questo intricato casino, ci sia solo una soluzione, ovvero guardare le cose dall'altro lato. Non è chi parla che può fare la differenza ma chi ascolta. E' la pretesa che la sincerità sia un diritto, il motivo per cui molti di noi non riescono ad essere sinceri. La sincerità delle persone è qualcosa che dobbiamo guadagnarci, non pretendere e se, qualcuno non è sincero con noi, non dobbiamo accusarlo, ma chiederci: perché? Perchè forse noi non siamo abbastanza bravi da saperlo ascoltare e pretendiamo di giudicarlo? La conclusione è che non deve essere sincero chi parla ma chi ascolta... La vera sincerità è lasciare agli altri la possibilità di esprimersi liberamente, rispettando i loro segreti e le loro paure.... Perchè solo le persone che sanno ascoltare possono meritare interlocutori sinceri!
11 Luglio 2007
Innocente o colpevoleIo, lui e lei, eravamo amici da una vita. Siamo cresciuti insieme, abbiamo passato insieme l’infanzia, l’adolescenza e infine siamo diventati adulti. Io la amo. Mi sono innamorato di lei quando eravamo due ragazzini. E’ sempre stata bellissima, dolce, sensuale. Io però ero quello con gli occhiali spessi, e troppo timido per piacere ad una così. Ero quello che tutte volevano come amico ma nessuna come ragazzo. E lui, invece, era perfetto. Alto, forte, bello, sicuro di se. Da quando eravamo ragazzini io l’ho sempre ammirato, lui era il mio punto di riferimento, il mio idolo. Normale che lei scegliesse lui. E’ passato tanto tempo, siamo cresciuti e abbiamo cominciato ad affrontare le difficoltà della vita. Io sono sempre stato il primo della classe, anche perché sfogavo le mie frustrazioni nello studio. Loro, invece, hanno iniziato troppo presto a conoscere il mondo, al quale forse non erano ancora preparati. Io, innamorato di lei, accecato da lui, ho sempre continuato ad aiutarli, a fare il possibile perché non si perdessero nella spirale di autodistruzione in cui erano entrati. Già da tempo, lui viveva di espedienti: piccoli furti, spaccio... Era uno stronzo; sotto effetto di droghe diventava violento, pericoloso e, troppo spesso, era lei a pagarne le conseguenze. Quante sere ho passato a consolarla? Anche con la faccia gonfia e le lacrime agli occhi, era sempre bellissima. La guardavo, innamorato, senza fiato. Il cuore mi batteva all’impazzata ma poi, mi convincevo che non dovevo pensare a certe cose in quel momento, mi voltavo dall’altro lato ed una lacrima mi rigava il volto. Una sera, mentre la consolavo, lui ci ha trovati abbracciati ed ha massacrato di botte anche me. Noi siamo sempre stati amici, ho sempre provato per lui un affetto ed un rispetto che non ho mai capito da dove provenissero, e così non mi sono mai allontanato da lui, l’ho sempre aiutato e ho provato in tutti i modi a tirarlo fuori dai brutti giri. Una sera ho persino rischiato una coltellata. Questa volta ha esagerato. Lei era incinta da due mesi, di lui. E quando glielo ha confessato, lui l’ha massacrata di botte, mandandola all’ospedale. Lei ha perso il bambino. Cammino per strada. C’è il sole e una leggera brezza mi accarezza la pelle. E’ una bella giornata, in totale contrasto col clima di tempesta che è dentro di me. Cammino tra la gente, li guardo negli occhi. Ognuno ha un suo sguardo differente, un suo perché. Ciascuno di loro ha la sua battaglia personale, chi la sta affrontando e chi sta scappando. Io la mia ho appena iniziato ad affrontarla. Cammino a passo svelto e deciso, non devo avere ripensamenti, non questa volta. Quello che sto per fare cambierà la vita di tutti e tre, e finalmente saremo liberi, dopo tutto questo tempo. Arrivo al portone di casa sua, mi fa entrare. Lo guardo, mi fa ribrezzo. E’ seduto sulla poltrona, lo sguardo perso nel vuoto, mi riconosce a stento. Sbiascica alcune parole confuse mentre prova a chiedermi come mai sono da lui; mi dice che se voglio fargli un’altra delle mie prediche posso anche andarmene, perché non ha nessuna voglia di ascoltare. E’ il momento della verità, il cuore mi batte forte, m’irrigidisco, una vampata di calore m’arriva fino al viso che diventa paonazzo. Mi costringo a guardarlo, a osservare attentamente lo stato in cui si è ridotto, mi costringo a pensare a tutto il male che ha fatto a lei e i dubbi svaniscono. Il coraggio, che mi è sempre mancato nei momenti decisivi è mio alleato. So che sto facendo la cosa giusta, lo sento nelle viscere. I nostri sguardi s’incontrano, per l’ultima volta. Lui sembra aver capito quali siano le mie intenzioni e non sembra intenzionato a reagire. Ripenso al passato, a tutto quello che abbiamo vissuto insieme. Una lacrima mi solca il volto. Silenzio. Inspiro profondamente, infilo in tasca la mano tremante ed estraggo l’arma. La punto verso di lui, con una lentezza impressionante. Lui non si muove, aspetta. Allungo il braccio verso di lui, i dubbi invadono la mia mente. Possibile che non esista un’altra soluzione? Ormai sto piangendo senza controllo, come un bambino. Chiudo gli occhi e premo il grilletto. Che vengano a prendermi, ormai non m’interessa più; se anche non passerò il resto della mia vita in galera, dovrò convivere con il rimorso per aver ucciso il mio migliore amico, pagherò per le mie colpe in ogni caso. Ma chi è la vera vittima? Lui, che è sempre stato un prepotente egoista, un violento che non ha mai fatto niente di buono, o io che ho passato la mia vita a pagare per i suoi errori e continuo a farlo ancora oggi? Lui, che ha tentato di uccidere la donna che lo ama da una vita o io che l’ho salvata?
Forse siamo entrambi vittime. Vittime di quel destino, che ci ha resi quello che siamo e che ha incrociato le nostre vite. Vittime di quel destino al quale non avremmo mai potuto sottrarci e per cui siamo costretti a pagare. Vorrei capire solo una cosa: perché? 06 Luglio 2007
Credi alla forza dei sogni e loro diverranno realtà
Riflessioni notturneSono quì davanti al computer.. Sono ispirato e ho voglia di scrivere. Non so ancora l'argomento, non ho molto tempo.. Non so nemmeno se quello ke scrivo rimarrà sul mio blog o lo cancellerò appena finito.. In realtà non è così... Nel momento stesso in cui scrivo questa frase, so che non la cancellerò! Alcune cose devono andare in un modo punto e basta. Decisioni già prese, da molto più tempo di quanto non possiamo immaginare... e la banale convinzione dell'uomo di poterle cambiare... Cose che accadono perchè giorno dopo giorno noi lo permettiamo, senza rendercene conto ma è così. Quando succede è già troppo tardi, ma finchè non accade, non possiamo rendercene conto... E quindi non possiamo evitarlo. Perchè noi esseri umani non siamo perfetti... e per quanto potremo stare attenti commetteremo sempre degli errori...E questi errori ci porteranno alle situazioni che dobbiamo affrontare! Ed illudersi di non commettere errori è il modo peggiore di agire.. Perchè tanto sbagliamo lo stesso! L'importante è avere il coraggio di affrontare a testa alta le sfide che la vita ci propone, non idietreggiare mai, prenderne spunto per crescere e diventare più forti! Non recriminare sul passato, non avere paura di commettere errori, vivi! I ricordi ti danno la forza, l'esperienza permette di imparare come gestire le situazioni... E questo è il passato! Nel futuro ci sono i sogni, i desideri, gli obiettivi! Nulla è impossibile, ma proprio quando la situazione si complica, dobbiamo mettere alla prova la nostra fede in quello che crediamo... Avere un sogno e credere in esso! E più importante di tutto.. Quando gli errori del passato fanno male... Quando i sogni x il futuro sembrano irraggiungibili... E' quello il momento in cui fare la differenza! E' nel presente che ognuno di noi può vincere la sua personale battaglia, concentrandosi solo su quello ke sta facendo in questo momento.. Senza pensare ai motivi,senza pensare alle conseguenze... E' il momento della verità: l'uomo contro il destino... X vincere serve il cuore, serve il coraggio, serve la speranza, perchè quando tutto è perduto, quando davvero sembra finita, quando non ce la fai più e vorresti mollare tutto è solo allora che sei davvero pronto per affrontare il destino e portare a casa una vittoria!
05 Luglio 2007
TransformersBello.. veramente bello.. Così nn me l'ho aspettavo... Lo consiglio a tutti! Anke a ki nn ha mai visto la serie animata o cmq nn gliene frega niente
29 Giugno 2007
E se.. E se.. Una rete intricata di strade è alla base del percorso che noi chiamiamo vita; e ad ogni momento ci troviamo di fronte ad un bivio... Infiniti percorsi tra cui scegliere ma ci viene data la possibilità di viverne uno solo; perchè? 23 Giugno 2007
Causa ed effetto Ad ogni azione corrisponde 1 reazione... 21 Giugno 2007
BlogSono stufo! Mi piacerebbe rendere + bello il mio blog, aggiungere foto, musica, filmati... Mi piacerebbe scrivere tanto, ke il blog mostrasse una parte di me... Invece sono quì ke ogni giorno lo guardo e poi, nn so perkè nn m viene mai in mente niente d intelligente da scrivere.... NN so perKè... Eppure ke a me piace scrivere... E' ke io sono un ingegnere ma ho una sorta d repulsione per la tecnologia... Non vado d'accordo con internet e fino a poco tempo fa, nn ho mai sopportato la chat... Almeno fino a quando non l'ho vista sotto un diverso punto d vista... Come un mezzo d comunicazione... Ke poi è quello ke è... NN so come spiegarlo... Ma ho visto nella chat 1 possibilità di comunicare le mie idee ke prima non avevo valutato... Vorrei ke il mio blog mostrasse il mio pensiero, x offrire a tutti qualcosa d me... Anke qualcosa d piccolo ma ke possa aiutare gli altri a diventare migliori... Ma se il blog nn lo aggiorno... C'è poco da fare! Adesso sono quì ke scrivo... E butto giù senza pensare...E' così ke mi piace scrivere, di getto... lasciando ke le parole scorrano veloci sullo schermo, senza pensare troppo a quello ke scrivo! Ho scritto un intero libro di getto... E' un bellissimo libro, con 1 particolare caratteristica ke lo rende unico... E vorrei farlo leggere a quante più persone possibile... Adoro scrivere! E' la mia passione... Ma non voglio diventare uno scrittore per fare soldi... Voglio scrivere libri e farli leggere alla gente...E a me piacerebbe nn doverci pensare ai soldi e scrivere... solamente scrivere... Ma chiaramente nel nostro mondo senza soldi non si può vivere... E allora ecco ke sono diventato un ingegnere... E nel mio campo sono anke bravo... Ma se mi dicessero d piantare tutto per offrirmi un contratto da scrittore, lo farei all'istante! Forse m trasferirei... Adoro il mare.. E passerei le mie giornate a scrivere, praticare sport e karate sulla spiaggia! Il karate mi fa sentire vivo! E poi vorrei provare a fare Kite surf... E vorrei una moto.. e viaggierei, con la mia ragazza ed un portatile, per buttare giù testi quando sono ispirato... E vivrei la notte.. Adoro la notte! Comunque... Allo stato attuale ho due libri completi alle spalle, tanti racconti iniziati ke non ho avuto il tempo d finire, una gran voglia d scrivere e pochissimo tempo per farlo! Il mio lavoro da ingegnere, karate e la palestra, m portano via tantissimo tempo e poi... il mio tempo libero lo passo con la mia ragazza e con i miei amici... Quindi non riesco proprio a scrivere... Anke perkè scrivere non lo puoi fare meccanicamente... Non puoi dire: mi metto davanti al pc e scrivo venti minuti... Ci vuole ispirazione, passione... E' qualcosa ke deve nascere da dentro... Ma quando i ritmi serrati della quotidianità lo soffocano.. Allora non riesci.. E c stai male! Per questo vorrei curare il blog....Per scrivere e diffondere le mie idee... Nella speranza di riuscire a diffondere i miei libri tramite la rete... Ho già detto ke non m'interessa guadagnare..A me basta ke non mi copino, poi se anke tutti leggessero i miei libri senza ke io guadagnassi una lira (anzi un euro) kissenefrega! Credo di ricevere molto di più indietro, quando so ke ki ha letto i miei libri è rimasto contento, soprattutto se (come m è successo), persone ke ritengo in gamba hanno detto d aver imparato qualcosa dopo aver letto un mio libro! Queste sono vere soddisfazioni... Visto? E' bastato iniziare a scrivere ke adesso non mi fermo più.... Però non vorrei annoiare nessuno quindi... adesso la pianto quì! Grazie per chiunque sia arrivato in fondo a questo testo, senza stufarsi e se volete lasciare un commento... Sarò felice di leggerlo! 12 Giugno 2007
VitaIl tempo corre più veloce di noi. Possiamo provare ad inseguirlo ma, per quanto saremo veloci lui sarà sempre lì a scorrere davanti a noi. Un istante dopo quello che stiamo vivendo, è già passato e anche il successivo e quello dopo ancora. Ma la vita è fatta di questi istanti, che fuggono veloci, irraggiungibili, inafferrabili. Il tempo passa, facciamo cazzate, cresciamo, sbagliamo, viviamo intensamente, ci annoiamo, amiamo, odiamo... E il tempo passa! Quando un evento si profila all'orizzonte, è futuro, e sai già che lo vivrai solo in quell'istante, sarà presente solo in quell'attimo e poi scivolerà via, e sarà passato, ricordo! Gli eventi sono come le tappe di un viaggio, ti avvicini, le attraversi e prosegui oltre! Nulla si crea, nulla si distrugge, solo un futuro diventa sempre più povero e ed un passato che diventa sempre più ricco... e consapevole. Consapevolezza, forse è questa che ricerchiamo, è questa che troviamo nel nostro continuo affrontare situazioni e commettere errori! Non esistono decisioni giuste o sbagliate, ma solo decisioni prese con cuore e con coraggio e che un giorno diverranno scelte consapevoli... E decisioni non prese, o prese per paura, di quelle che non fanno provare alcuna emozione, che spengono il fuoco della vita che arde in ognuno di noi! Meglio un errore che ti fa vibrare l'anima, di una scelta giusta che non ti suscita emozioni... Perchè giusto e sbagliato non esistono e il tempo corre troppo velocemente per non agire, per farsi prendere dalla paura! Gli istanti non sono collegati tra loro, ed in ogni istante esistono le stesse possibilità che una serie di eventi imprevedibili e straordinari possano manifestarsi... Ogni istante merita di essere vissuto pienamente, perchè unico ed irripetibile! Perchè ogni istante non vissuto è un istante di cui ci siamo privati... Perchè questa vita è già troppo fottutamente breve per non valere la pena di correre il rischio... Sempre e comunque... 05 Giugno 2007
Impossible is nothingImpossibile è solo una parola pronunciata da piccoli uomini che trovano più facile vivere nel mondo che gli è stato dato, piuttosto che cercare di cambiarlo.
Impossibile non è un dato di fatto ma un'opinione. Impossibile non è una regola, è una sfida. Impossibile non è uguale per tutti. Impossibile non è per sempre. Impossible is nothing! 03 Giugno 2007
November rain - Guns and RosesWhen I look into your eyes I can see a love restrained But darlin' when I hold you Don't you know I feel the same 'Cause nothin' lasts forever And we both know hearts can change And it's hard to hold a candle In the cold November rain We've been through this such a long long time Just tryin' to kill the pain But lovers always come and lovers always go An no one's really sure who's lettin' go today Walking away If we could take the time to lay it on the line I could rest my head just knowin' that you were mine All mine So if you want to love me then darlin' don't refrain Or I'll just end up walkin' in the cold November rain Do you need some time... on your own Do you need some time... all alone Everybody needs some time... on their own Don't you know you need some time... all alone I know it's hard to keep an open heart When even friends seem out to harm you But if you could heal a broken heart Wouldn't time be out to charm you Sometimes I need some time... on my own Sometimes I need some time... all alone Everybody needs some time... on their own Don't you know you need some time... all alone And when your fears subside and shadows still remain, oh yeah I know that you can love me when there's no one left to blame So never mind the darkness we still can find a way 'Cause nothin' lasts forever even cold November rain You're not the only one You're not the only one Don't ya think that you need somebody Don't ya think that you need someone Everybody needs somebody You're not the only one You're not the only one Don't ya think that you need somebody Don't ya think that you need someone Everybody needs somebody You're not the only one You're not the only one Don't ya think that you need somebody Don't ya think that you need someone Everybody needs somebody You're not the only one You're not the only one Don't ya think that you need somebody Don't ya think that you need someone Everybody needs somebody 03 Luglio 2006
FORZA AZZURRI E Domani Tutti in piazza Duomo a Milano X Tifare ITALIA!!
Sarà il DELIRIO.... Facciamo Vedere a Questi Tedeski di Ke pasta Siamo Fatti!!!! Il Miracolo della Vita...Basta poco per creare un prepotente, tanti soldi e il successo tra la gente...
Un bel giorno ho incontrato un uomo strano "Buonuomo, perchè mi stai guardando?" "Non guardavo ne te ne le montagne, ne quant'altro puoi guardare... Ciò che guardo è una cosa indefinitia, sto guardando il miracolo della VITA!" G.G. D'AG La Preghiera Della Serenità! SERENITA', X accettare Ciò Ke non si può CAMBIARE!
FORZA, X Cambiare TUTTO il resto! SAGGEZZA, X distinguere Ciò Ke NON Possiamo cambiare da Ciò Ke DOBBIAMO Cambiare! Gli occhi fanno quel ke Devono
Tutto quello ke non puoi vedere E' perchè non vuoi vederlo TU! |